La pace non si insegna con una definizione e neppure aggiungendo qualche ora dedicata alle guerre dentro un programma scolastico. Si impara piuttosto nel modo in cui si guarda l’altro, si attraversa una differenza, si gestisce una rabbia, si dà un nome a ciò che si prova. È probabilmente questa una delle consegne più importanti emerse dal corso “Per una didattica IRC della pace”, promosso dall’Ufficio per la Pastorale scolastica e l’IRC dell’Arcidiocesi di Ancona-Osimo e svoltosi dal 2 al 4 settembre nell’Aula Magna dell’ISSR delle Marche. Un percorso nato proprio dalla domanda su come l’insegnamento della religione possa diventare «scuola di pace e di dialogo» in un tempo nel quale conflitto, aggressività e incapacità di confronto rischiano di diventare modi ordinari di vivere le differenze.
Ad aprire i lavori è stato l’Arcivescovo Angelo Spina, che ha indicato nella scuola uno dei terreni nei quali la pace può essere concretamente preparata. Non basta ripeterne la necessità: occorre educarla. «Se vuoi la pace, prepara la pace», ha ricordato, capovolgendo l’antico si vis pacem, para bellum. E prepararla significa assumersi quella «porzione concreta di responsabilità» che appartiene a ciascuno, soprattutto a chi quotidianamente incontra bambini e ragazzi.
La prima giornata ha fatto dialogare tre sguardi diversi e complementari: quello filosofico di Fabiola Falappa, quello biblico di don Francesco Savini e quello teologico-antropologico di Gaetano Tortorella. Ne è venuta fuori un’idea di pace molto lontana dall’assenza di problemi o da una quiete ottenuta mettendo a tacere le differenze.
Falappa ha posto al centro tre parole: dialogo, riparazione, riconciliazione. Il conflitto, ha ricordato, non è necessariamente il contrario della pace: lo diventa quando si trasforma in violenza e quando l’altro cessa di essere un interlocutore per diventare un nemico. La scuola può allora diventare uno dei luoghi nei quali imparare a “disarmare” il conflitto, rinunciando alla pretesa di possedere tutta la verità e scoprendo che una prospettiva differente può contenere qualcosa che manca alla nostra.
La Scrittura ha aggiunto un’altra profondità. Don Francesco Savini è partito dalla parola ebraica shalom, che contiene molto più della nostra “pace”: richiama pienezza, integrità, equilibrio, una relazione ricomposta. Per questo nella Bibbia non può esserci vera pace senza giustizia. I profeti lo ripetono con durezza quando denunciano coloro che dicono «pace» mentre la pace non c’è. La pace biblica non copre le crepe, non rende accettabile l’ingiustizia e non coincide con la tranquillità del più forte. È dono di Dio, ma chiede all’uomo di diventare operatore di pace. E nel cristianesimo assume persino il volto del Risorto che pronuncia «pace a voi» portando ancora sul corpo le ferite della croce.
Con Gaetano Tortorella la riflessione è entrata direttamente dentro l’aula scolastica. La figura biblica di Caino è diventata una chiave per interrogare l’aggressività umana. Prima del gesto violento ci sono emozioni non riconosciute: rabbia, paura, tristezza, senso di inadeguatezza. Educare significa allora anche aiutare a riconoscerle e governarle. La rabbia, per esempio, non è in sé negativa: può diventare la reazione necessaria davanti a un’ingiustizia. Diventa distruttiva quando è lei a decidere il comportamento.
Qui la didattica della pace incontra una delle sfide più concrete della scuola contemporanea: dare parole alle emozioni, costruire relazioni, educare all’autoregolazione e alla differenza. Lo sguardo dell’insegnante su un ragazzo, ha sottolineato Tortorella, può diventare uno degli strumenti educativi più potenti. Non per eliminare ogni contrasto dalle classi, ma per insegnare ad abitarlo senza ferire.
È precisamente verso questa concretezza che si sono mosse anche le altre giornate del corso: la gestione della classe come gruppo, con le esperte del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti fondato da Daniele Novara, e quindi i laboratori su musica, cortometraggi e comunicazione non violenta, fino al confronto conclusivo con Caritas, Pastorale giovanile e Presenza.
Alla fine, resta forse una convinzione semplice, ma tutt’altro che scontata: la pace ha bisogno di essere esercitata. Si costruisce quando un ragazzo impara a riconoscere ciò che sente prima di trasformarlo in aggressività, quando scopre che una differenza non è una minaccia, quando riesce a dissentire senza disprezzare. È un lavoro lento, quasi invisibile. Ma se vogliamo davvero preparare la pace, difficilmente potremo trovare un luogo migliore da cui cominciare di una classe.
Paolo Scarabeo
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